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martedì, 27 Settembre, 2022
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Futuro dell’Institution Building dopo lo scacco afghano

L’espressione “Institution Building” significa organizzare, monitorare, valutare e guidare in modo professionale e strutturato la crescita di istituzioni, adattandole alle specifiche necessità di un Paese e all’ambiente social e culturale che le circonda. È utilizzata frequentemente da varie organizzazioni internazionali, in primis dall’ONU, e in tal caso racchiude in sé un progetto ben stabilito con l’obiettivo di guidare paesi in via di sviluppo verso la creazione di istituzioni democratiche.
L’Institution Building è una componente fondamentale di un processo maggiore, chiamato “Capacity Development”, che ha come obiettivo ultimo l’autonomia del Paese. Si basa su un principio essenziale: le capacities di un Paese devono essere sviluppate, ma non importate dall’esterno. Non esiste un modello unico applicabile in ogni situazione, per cui questo processo, e quindi allo stesso tempo anche l’Institution Building, deve essere adeguato alle necessità e alle peculiarità del soggetto a cui è rivolto. Inoltre, il processo non può consistere in una completa rivoluzione del sistema vigente: si deve puntare al cambiamento e al miglioramento del sistema, ma soprattutto a un cambiamento sostenibile a lungo termine per la società.
Per quanto un’implementazione completa di un modello estero sia impossibile da adattare ad ogni Paese, la 2030 Agenda delle Nazioni Unite sottolinea l’importanza di trasmettere gli ideali di una società pacifica, giusta e inclusiva, basata sul rispetto dei diritti umani, su un’efficace sistema di legge e governo, e su delle istituzioni trasparenti e proficue.
Il caso del tentativo di Institution Building in Afghanistan emerge particolarmente: poiché il conflitto non è mai veramente finito, l’intervento internazionale per stabilire una pace duratura è avvenuto contestualmente a una vera e propria guerra. Perlopiù, queste forti tensioni erano aumentate dalle stesse forze internazionali che tentavano di ristabilire l’ordine. La stessa “fazione” sosteneva due obiettivi contraddittori fra loro: ottenere una stabilità temporanea, oppure impegnarsi passo dopo passo per una pace duratura attraverso l’Institution Building e un nuovo sistema di governo.
Per lungo tempo, gli insorgenti problemi non hanno portato a un vero e proprio piano di azione per il Paese: sono state adottate solamente soluzioni a breve termine, richiedendo più armi, più fondi, più conferenze e accordi senza un vero fine. Nonostante il coinvolgimento di 62 paesi e istituzioni, mossi da interessi svariati (politici, economici, etici), non si è raggiunto un vero piano di azione comune, ed ognuno ha tentato di esportare il proprio modello senza interessarsi delle necessità dell’Afghanistan stesso. Il modello occidentale di economia di mercato si trovava fortemente a contrasto con i modelli adottati dal regime Afghano (dittatura illuminata mista a sprazzi di welfare sociale ripreso dal comunismo).
In sintesi, l’intervento internazionale è stato troppo poco e troppo tardi, ma soprattutto erroneo nei modi e nei sistemi. Allo stesso tempo, c’è chi sostiene che il Paese non fosse “pronto” o che semplicemente fosse destinata a fallire. Guardando al futuro, la necessità di iniziative più piccole ma più mirate al benessere del Paese, guidate da leader informati e a conoscenza dei bisogni dei cittadini, si fa sempre più evidente. Perché un vero processo di Institution Building abbia inizio in Afghanistan, dunque, sarà fondamentale che questo avvenga in sintonia con le tradizioni culturali del Paese, attento alle necessità del suo popolo, e proiettato in primis verso una pace duratura.

Di questo argomento si parlerà presso l’Unidroit di Roma Giovedì 20 ottobre alle ore 17 con gli esperti. L’incontro fa parte del programma del Festival della Diplomazia per saperne di più sul panel e gli invitati visita il il sito del Festival cliccando QUI

Data

20 Ott 2022

Ora

17:00 - 18:00

Location

Unidroit
Via Panisperna, 28
Categoria

Organizzatore

Festival della Diplomazia